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Veneto: lingua o dialetto? Una lingua è… (parte 2)

Perché il Veneto è una lingua: ragioni Storiche e sociali

Con l’espressione “ragioni storiche e sociali” possiamo raggruppare dati statistici e realtà di fatto del passato e del presente che ci consentono di comprendere come l’uso ampio e vario (anche socialmente) della lingua veneta sia persistito e vitale ancor’oggi, pur messa a confronto con la concorrenza sleale dell’italiano e spietata dell’inglese.

Sleale la concorrenza dell’italiano in quanto si è fatto (ed ancora si fa) di tutto per sminuire, ridicolizzare, schernire e soffocare la lingua veneta, insieme alle altre lingue storiche italiche e subalpine, senza neanche tanti complimenti. Questo atteggiamento coloniale è vergognoso da un punto di vista umano, disgustoso da un punto di vista politico e ingrato da un punto di vista culturale. La cultura veneta in tutti i suoi ambiti ha potentemente contribuito al progresso scientifico e culturale dell’Europa intera: la Serenissima aveva una produzione culturale straordinaria e sapeva attrarre nella sua orbita “cervelli” e capitali in fuga da regimi liberticidi o in cerca di “ispirazione” (un Petrarca, un Galileo, un Bruno, un Goethe od un Byron; anche Shakespeare, a quanto rivelerebbero recenti ipotesi), un po’ come gli Stati Uniti d’America quando in Europa imperversavano i totalitarismi, così come al giorno d’oggi. Se ciò non bastasse, esponenti grandissimi della teorica della lingua comune italica (poi chiamata italiano) furono i veneti Pietro Bembo (veneziano di nascita, trevisano d’adozione) e Gian Giorgio Trissino (vicentino, seppur poi esiliato per questioni politiche). Il contributo non fu unicamente intellettuale, ed oltretutto non per una creazione linguistica ritenuta estera, bensì un contributo anche in termini di prestiti linguistici, specie in registro alto, e di prestigio, anche presso le corti europee e non solo: “anca al Sultàn, parlèghe in venesiàn” era il consiglio agli ambasciatori ed ai diplomatici della Serenissima, segno di potere, sicurezza, fierezza. Più che di “prestiti” dal veneto all’italiano, visto l’odierno sprezzo italiano per la lingua veneta, forse dovremmo cominciare dunque a parlare di “furti”.

Dall’altra parte invece la spietata concorrenza dell’inglese. V’è da dire però una cosa fondamentale: la concorrenza dell’inglese è giustificata, nel senso che esso si è diffuso “per merito”, conquistando sul campo interi settori di conoscenza (es. la tecnologia). Questo inoltre è un tipo sano di concorrenza linguistica, in quanto l’inglese non pretende assolutamente di sostituirsi in toto alle altre lingue, ma si sta pian piano sovrapponendo, come lingua franca, cioè una lingua “in più, aggiuntiva” per la “sicura comunicazione” tra due persone che non hanno altre lingue in comune: quindi con un criterio di impiego residuale. L’italiano, invece, è nato storicamente come creazione intellettuale (quella sorta di “esperanto italico” di cui si è già parlato) al fine di diventare “lingua franca” tra i diversi popoli, non lingua unica ed esclusiva dei diversi popoli storici poi raggruppati nel toponimo politico “Italia”. La vera differenza tra il progetto di “italiano” umanistico-rinascimentale e quello poi attuato in epoca savoiarda sta forse proprio qui: nessuno pensava all’imposizione dell’italiano a danno delle lingue storiche, così come nessun intellettuale auspicava la sottomissione di tutti gli “italiani” ad un solo regno (men che meno manu militari, come è invece avvenuto), ma si optava per una federazione o per una confederazione, ritenendo folle e deleterio il voler riunire sentimenti, mentalità, diritti, economie e culture così diversi. L’idea dell’“italiano” come lingua degli “italiani” è sicuramente antica, mentre è moderna e giacobina l’idea che quel “volgare illustre” che Dante riteneva di dover creare, poi chiamato “italiano”, fosse da imporre a scapito assoluto delle prestigiose lingue storiche della penisola, della pianura padana e delle valli alpine, fino ad augurarne la morte, non naturale, ma violenta, in nome della lingua “una ed indivisibile”.

La principale motivazione portata per giustificare tale progetto è sostanzialmente quella di un intrinseco “minor valore” delle lingue “locali” rispetto all’italiano, in una assurda visione gerarchica tra lingue, dalla quale è poi scaturita quasi spontanea l’idea popolare che veneto, siciliano, napoletano, etc. siano “brutte copie locali” dell’italiano, quasi dei prodotti di massa derivati dall’ignoranza della vera lingua, cioè l’italiano.

Di per sé, fare una graduatoria delle lingue “importanti”, magari per decretare l’inutilità di certune, è come fare una graduatoria di gusto nei diversi piatti. I fattori da valutare sarebbero talmente tanti, vari e soggettivissimi da rendere inutile proprio tale graduatoria, specie visto che in fondo si andrebbe a disquisire su semplici opinioni, e “de gustibus non disputandum est”. Bisognerebbe considerare la finalità espressiva, il mezzo, il mittente ed il destinatario, il contenuto in sé e, soprattutto, i soggettivi significati e le intime emozioni che in maniera puramente soggettiva il mezzo linguistico specifico sa suscitare, specialmente sui madrelingua.

Si può limitare il campo specificando almeno dei settori di conoscenza, dei periodi storici e delle aree geografiche, così da poter individuare eccellenze, per dire che la lingua della tecnologia di oggi è sicuramente l’inglese, della diplomazia fu un tempo il francese (oggi ancora l’inglese), dei commerci mediterranei fu il veneto-veneziano, del diritto è stata per lunghissimo tempo il latino, della filosofia grandemente il greco antico ed il tedesco più recentemente, del cinema l’americano, della lirica massimamente l’italiano, dei manga il giapponese, etc… Bene, di tutte le altre lingue “non eccellenti” vogliamo dunque far piazza pulita? A qualcuno potrebbe venire l’insana tentazione di dir di sì, che in fondo il resto è triviale vita quotidiana: casa, bottega, campagna, piazza, mercato. Dimenticano costoro varie cose. Innanzitutto che tutte queste eccellenze sono in realtà ben accompagnate da prodi “secondi e terzi classificati”, e che nella storia nessun elenco può avere pretese di esaustività e di sempiterna verità, perché il mondo si evolve; secondariamente che in tutte le lingue (pur non grandemente eccellenti ed altisonanti) v’è una naturale e preziosissima produzione di arte poetica, prosaica, teatrale, musicale; infine, anche se fossero tali lingue –ma non lo sono– limitate a casa-piazza-bottega, questi sono gli ambiti più naturali, primi e primari per qualsiasi essere umano. Pertanto, anche il solo pensare di far piazza pulita di una sola lingua è un abominio, una violenza culturale, una distruzione dolosa di un patrimonio materiale ed immateriale di cui nessuno può conteggiare l’entità.

Ecco, tornando al nostro caso dopo queste giuste precisazioni generali, il Veneto come lingua ha avuto eccellenze culturali degne delle altre lingue europee, in produzione artistica e scientifica ed in prestigio. Oggi, invece, più che fiorire come ha liberamente fatto durante la Serenissima, esso deve “resistere” alla sleale concorrenza di un italiano monopolista (con la forza) della burocrazia, dei media, delle scuole, delle accademie e di tutto ciò che è pubblico. Un monopolio, però, non “neutro”, bensì intenzionalmente avanzante e volontariamente distruttivo nei confronti delle lingue storiche italiche e subalpine, relegandole con assurde giustificazioni accademiche a “dialetti” (con termine assolutamente scorretto dal punto di vista scientifico) e caricando il termine “dialetto” con un significato negativo e sordido che forse in nessun’altra lingua ha assunto.

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Oggi la lingua veneta è molto utilizzata ed un recente studio Istat (pubblicato nel 2007) ci rivela che solo il 24% dei cittadini della Regione Veneto parla unicamente in italiano: tre quarti della popolazione la lingua veneta la comprendono, la usano o la saprebbero utilizzare, a diversi i livelli sociali e professionali ed in diversi contesti. Tale studio segnala anche che nella fascia degli studenti –la più educata nell’italiano– un generale aumento di attenzione per le lingue locali.

In Veneto, anche gli immigrati spesso apprendono la lingua veneta proprio per necessità di lavoro e di relazione, mentre gli immigrati italiani sono molto più restìi ad apprenderla, forse a causa delle campagne denigratorie contro i “dialetti” in genere, e della cultura veneta in particolare, bistrattata e ridicolizzata con rara viltà, anche e soprattutto negli àmbiti e con i mezzi del servizio pubblico, cioè denigrandoci con le tasse prelevate dalle nostre ricchezze frutto del nostro sudore e del nostro ingegno.

L’enorme emigrazione veneta all’estero, poi, è stata quasi una diaspora (fenomeno sconosciuto ai Veneti, anche sotto la dominazione asburgica) cominciata subito dopo l’arrivo dello Stato italiano e continuata fino al secondo dopoguerra, con la parentesi dell’emigrazione “interna” nel ventennio fascista che vede i Veneti spediti a bonificare le paludi dell’Agro Pontino ed a rendere coltivabili campagne intere in Sardegna.

Il veneto, dunque, si è diffuso quasi in ogni continente, portato con amore da chi era costretto ad abbandonare la propria ricca terra per tristi scherzi di un destino che ha voluto portare un tremendo ciclo di miseria ad una terra che per mille anni aveva creato e mantenuto uno standard sopra la media europea, per ricchezza, condizioni di vita, cultura. Troviamo oggi comunità piccolissime, di dimensioni interfamiliari, di parlanti veneto in ogni Stato d’America, in Australia, persino in Africa. Ma le due comunità venetofone più conosciute sono l’enclave in terra messicana di “Chipilo” [(leggi LGU: /Tsjipìlo”)] ed i due Stati più a Sud della Federazione del Brasile, ossia Santa Catarina e Rio Grande do Sul. In tali Stati la comunità venetofona è particolarmente consapevole della propria differente identità, frutto di una forte migrazione di Veneti nel corso delle ultime decadi dell’Ottocento. Tale lingua veniva chiamata “Talian”, nome che, pur suggerendo il significato di “italiano”, tradisce con somma evidenza gli accidenti generali veneti di aferesi della vocale iniziale non accentata e di apocope della vocale terminale del maschile singolare. Inoltre, ad un Veneto odierno “di madrepatria” che interagisca con i parlanti di questo c.d. “Talian” pare veramente di parlare un veneto più arcaico, più puro, ed in effetti si tratta della lingua dei nonni dei nostri nonni. Lo si nota soprattutto da certi “dinosauri lessicali”, perché per il resto la parlata è assolutamente comparabile a quella dell’alto Veneto (tra Belluno e Montebelluna, grossomodo). Ovviamente, i parlanti veneto-brasiliano utilizzano simbologie grafiche del portoghese, lingua con cui sono stati alfabetizzati dalle scuole. Allo stesso modo, a Chipilo il veneto si scrive con la grafia spagnola. Identicamente, in Veneto il veneto viene usualmente scritto con la grafia italiana. Questa è una prova evidentissima, se ancora ce ne fosse bisogno, del fatto che l’unità di una lingua si vede dalle caratteristiche della sua oralità, e la grafia (standard o non standard, l’una o l’altra) conta ben poco ai fini dell’integrazione di un modello ideale di “lingua”. La grafia, insomma, dovrebbe invece essere mezzo di trascrizione dell’oralità, congegnata per dare una testimonianza scritta veritiera e fedele.

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Il presente brano è tratto, su autorizzazione dell’Autore, da “Libera Grafia Universale & Dossier sulla Lingua Veneta” (2010), di Alessandro Mocellin, Ed. Scantabauchi. Tutti i diritti restano riservati all’Autore. Qualora si intenda riprodurre altrove brani del testo qui riprodotto, contattare l’Autore scrivendo una mail a liberagrafiauniversale@gmail.com.


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